Nemesi, Philip Roth

nemesi-rothE’ il più grande narratore del nostro tempo. E questo è un punto. Il romanzo, Nemesi, è un capolavoro tradotto dai tipi di Einaudi. Io di Roth riesco a leggere al massimo due libri l’anno. E’ talmente denso che mi lascia lo strascico anche dopo mesi. E non necessariamente perché tratta temi – come dire? – complessi. Perché credo che lo stile narrativo, il modo in cui affronta queste tematiche è unico e sempre, sempre, sempre significativo.

Anche durante la lettura, quando lo interrompi e lo riponi sul comodino, ti assale un senso di vergogna. Come se procrastinare la lettura per qualche ora, sia un segno irrispettoso nei suoi riguardi.

 

Poi ho come la sensazione che Roth abbia scritto solo un unico grande libro, una maestosa storia nella quale è sempre presente un senso tragico, una speranza, con una disillusione in agguato.

Nel quartiere di Newark, scoppia – siamo nel 1944 – una epidemia di poliomielite. E la

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Philip Roth, Nemesi

parola Nemesi significa “vendetta”, “giustizia divina”, “sdegno”: bisogna tenere a mente questa parola perché è la chiave del libro. C’è questo Mr Canton, chiamato anche Bucky, che è un coraggioso istruttore la cui missione è educare i suoi giovani ragazzi all’atletica.

La polio avanza e anche il quartiere dove Bucky svolge la sua attività viene investito da questa piaga. Lui continua a fare il suo mestiere e – ad un certo punto – comincia ad essere accusato dalle famiglie: perché ti ostini a farli giocare qui all’aperto? Dovremmo essere tutti in casa… gli rinfacciano alcune mamme.

Ma Bucky non perde la calma: lui la polio la combatte con la noncuranza: per Bucky la polio non esiste, non deve esistere.

Non è partito per la guerra a causa di un difetto alla vista. Ma è comunque su un terreno nemico e la sua guerra ce l’ha nel suo quartiere:

  • I suoi amici sono tutti terrorizzati, – disse Mr Michaels. – Sono terrorizzati di essersela presa da lui e di avere anche loro la polio. I genitori sono isterici. Nessuno sa cosa fare. Cosa si può fare? Cosa avremmo dovuto fare? Continuo a scervellarmi. Esiste una casa più pulita di questa? Esiste una donna che tiene la casa più immacolata di quanto faccia mia moglie? Esiste una madre più attenta al benessere dei figli? Esiste un ragazzo che si occupasse della sua camera, dei suoi vestiti e di se stesso meglio di Alan? Tutto quel che faceva, lo f aceva bene fin dalla prima volta. Ed era sempre contento. Sempre pronto a scherzare. Perché allora è morto? Dove sta la giustizia?
  • Da nessuna parte, – disse Mr Cantor.
  • – Fai solo la cosa giusta, la cosa giusta e la cosa giusta e la cosa giusta. Mille volte la cosa giusta. Cerchi di essere oculato, di essere ragionevole, di essere premuroso. E poi succede questo. Qual è allora il senso della vita?
  • A quanto pare non c’è, – rispose Mr Cantor.
  • Sarebbe questa la bilancia della giustizia? – domandò il poveruomo.
  • No lo so, Mr Michaels.

 

C’è insomma questo senso di impotenza. Contro l’ignoto della malattia, semi-sconosciuta all’epoca. Come un classico film dell’orrore, una forza nascosta che tutto travolge e non si sa da dove arrivi. E’ un testo che raccoglie l’amore verso la vita e ne cerca il senso nel caso e nel caos che la polio semina.

E Cantor raggiunge la fidanzata Marcia, si allontana dal luogo nefasto e questo dialogo è molto importante:

  • Credi davvero che Dio abbia esaudito le tue preghiere? – le domandò.
  • Non posso saperlo. Però tu sei qui, no? E sei in salute, no?
  • Questo non prova niente, – disse lui. – Perché Dio non ha esaudito  le preghiere dei genitori di Alan Michaels? Devono pur aver pregato. Anche i genitori di Herbie Steinmark devono aver pregato. Sono brave persone. Sono bravi ebrei. Perché Dio non ha interceduto per loro? Perché Lui non ha salvato i loro figli?
  • Onestamente non lo so, – rispose Marcia impotente.

Il podcast “Ep. 4– Nemesi, Philip Roth” su Spreaker.

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